Non ci sono più dubbi, ormai ne ho le prove: gli ombrelli vivono di vita propria. Era da tanto che maturavo il sospetto, che raccoglievo dati statistici e contavo ombrelli dispersi, e oggi posso affermare senza margini di errore che essi non vengono persi o dimenticati: sono loro che appena mettono il naso fuori di casa se la danno a gambe.
Ho perso il conto di quanti me ne sono scappati nel corso degli anni. Da quelli parcheggiati nei portaombrelli dei locali e mai più ritrovati – persino nelle sale d’attesa degli ospedali, che chi mai avrebbe il coraggio di fregarselo in un posto del genere – a quelli che han preso la via di fuga sui tram, per le vie affollate, in un ufficio, su una macchina. Uno è riuscito a scappare persino dallo zerbino di casa, ma io lo so che si è rifugiato dal condomino dell’ottavo piano, non me la bevo che si tratta di un sosia!
Ho provato anche a fare dei test con gli ombelli portatili comprati per strada, ma ho osservato che questi adottano una tecnica diversa: già dal primo utilizzo tentano, spesso con successo, il suicidio, o la fuga in volo sfruttando le correnti.
La prova più evidente di quanto affermo è che non sono l’unica vittima del fuggitivo di professione. Amici e conoscenti mi confermano di vivere regolarmente la stessa esperienza e di aver anzi ormai rinunciato a portarselo appresso.
E poiché non mi è mai capitato di rinvenirne uno per strada, mi immagino che esista un posto da qualche parte in cui si ritrovano tutti gli ombrelli fuggiti, felici e festanti per la ritrovata libertà, ridendo di noi e pavoneggiandosi per essersi aggiudicati la palma di oggetto di più inutile mai inventato dall’uomo.